Pisciotta a viva voce
CHIESA DEI SANTI PIETRO E PAOLO
RACCONTATA DA
GENNARO INCARNATO
Io sono Gennaro Incarnato. Sono in pensione. Sono stato professore universitario. La chiesa madre è antica e con le strutture ecclesiastiche di Pisciotta è l’espressione di quella che è stata la grandezza ed i limiti di Pisciotta. Apparteneva alla chiesa tutto il corpo che sta attorno: non solo quello vero e proprio della chiesa ma anche quello che sta qui nel vicolo Praiano. Come tante cose, prima c’è stata un’assoluta noncuranza, per cui tutto un lato era andato in rovina; adesso invece c’è una certa ripresa perché il paese, anche dal punto di vista turistico, resta estremamente valido. La chiesa madre, che era bellissima e andava valorizzata, ha un nucleo di fedeli che, per lo meno nell’osservanza del rito esteriore, sono devoti e fedeli. Perciò la chiesa è ancora un momento di vita del paese.
PALAZZO PAPPACODA
RACCONTATO DA
massimino iannone
Sono Massimino Iannone. Faccio il pensionato. Ho insegnato matematica per 41 anni. Sono pisciottano e ho delle ragioni per dire che ne sono pure orgoglioso. Nella nostra infanzia il palazzo ha significato che c’era una falegnameria e quindi si andava lì un poco per conversare, per vedere il lavoro che si faceva. C’erano montagne di trucioli e quindi ci si buttava su questi trucioli. C’era un circolo sociale, per cui c’era un pingpong. E in particolare – poi il resto erano abitazioni, i piani superiori – quello che c’era di particolare e che è rimasto il carcere, che è sempre stato nel palazzo, fin dal periodo feudale. Per cui ricordo di qualcuno che vedevamo dietro le grate, ovviamente si trattava di carcerati che avevano commesso reati molto modesti. E comunque stavamo lì, magari a rispondere a qualche domanda di qualche signore che stava lì dietro le sbarre. Ovviamente c’era tutta la curiosità e tutto il fascino di immaginare un qualcuno incarcerato, che bisognava tenere molto alla larga.
I MALAZENI*
raccontati da
Giovanni Cammarano
* magazzini utilizzati un tempo dai pescatori
Io sono Giovanni Cammarano, maestro d’ascia di Marina di Pisciotta. Qui si sono sempre costruite barche. Per cui era una cosa del posto costruire queste barche. Era una tradizione. Da ragazzino, avevo 14 o 15 anni, avevo un gozzetto di quattro metri, un amico, Eugenio, mi regalo un fiocco di cotone della sua barca, che era un ketch di 12 metri. Io lo ritaglio, sempre con il mio maestro d’ascia, che era bravo anche a tagliare le vele, e quindi adattai questo fiocco a questa barchetta. E me ne uscivo con questa vela latina, davanti qua al porto di Pisciotta e rientravo, facevo questi giri con la vela latina. Quindi mi piaceva andare a vela latina, mi piaceva costruire la barca e ho preferito queste attività, che mi facevano rimanere in questo posto, perché altre attività probabilmente mi avrebbero portato altrove, e quindi è stata anche una scelta di vita
RUDERI DELLA TORRE ACQUABIANCA
E LE TRADIZIONI DEL MARE
nel racconto di
Gerardo Cammarano
Cammarano Gerado. Adesso non faccio niente. Ormai ho finito il lavoro. Sono in pensione e basta. Facevo il pescatore, con la menaica. Non lo facevo solo io, lo facevano tutti qua. Tutti: era l’unico mestiere che proprio si XXX, l’unico. E allora ognuno faceva sto mestiere. Venivano perfino i pisciottani, quelli di sopra, montagnari. Venivano con la menaica, perché non c’era gente sufficiente. Mi sono appassionato da piccolo alla pesca. Mio padre, fratello, tutti quanti mi portavano da piccolino. Avevo tre o quattro anni e lavoravo già, a pescare.